La tua scuola di Ju-Jitsu ha un programma per quest’anno. Ma ha un progetto per i prossimi cinque?

Istruttori e praticanti WJJC durante un'attività di Ju-Jitsu


Settembre rappresenta per molte scuole di arti marziali un nuovo inizio. Ripartono i corsi, tornano gli allievi, arrivano nuove richieste, si definiscono gli orari, si programmano gli esami e si comincia a riempire il calendario della stagione.

Per un istruttore è un periodo intenso. Ci sono iscrizioni da gestire, lezioni da preparare, nuovi praticanti da inserire e vecchi allievi da riportare gradualmente al ritmo degli allenamenti.

La domanda principale diventa inevitabilmente: come sarà questa stagione?

È una domanda importante.

Ma per chi dirige una scuola da molti anni potrebbe non essere più sufficiente.

Ce n'è un'altra, molto più difficile:

come vorrei che fosse la mia scuola tra cinque anni?

Non quanti allievi vorrei avere. Non quale esame vorrei organizzare. Non quale stage vorrei inserire nel calendario.

Che tipo di scuola voglio costruire?

La differenza sembra sottile. In realtà separa la semplice gestione dell'attività dalla costruzione di qualcosa destinato a durare.

Un calendario pieno non è necessariamente un progetto

Una scuola può essere estremamente attiva.

Lezioni due o tre volte alla settimana. Esami. Stage. Corsi speciali. Dimostrazioni. Eventi. Cene sociali. Nuove iscrizioni.

Da settembre a giugno il calendario può essere pienissimo e l'istruttore può avere la sensazione, assolutamente legittima, di non avere neppure un minuto libero.

Eppure attività e direzione non sono la stessa cosa.

Possiamo fare moltissime cose senza sapere esattamente dove ci stanno portando.

Questo accade anche nelle scuole che funzionano bene. Anzi, talvolta accade proprio perché funzionano bene. Quando il meccanismo procede, gli allievi frequentano e ogni stagione assomiglia ragionevolmente alla precedente, non esiste un'urgenza evidente che costringa a pensare più lontano.

Si prepara settembre.

Poi gli esami.

Poi Natale.

Poi la seconda parte della stagione.

Poi lo stage.

Poi gli esami finali.

Poi arriva giugno.

E poco dopo si ricomincia.

Cinque anni possono passare molto velocemente in questo modo.

La domanda non è soltanto quanto vuoi crescere

Quando si parla del futuro di un dojo, si finisce spesso per ridurre tutto al numero degli iscritti.

Oggi ne abbiamo quaranta. Vorremmo arrivare a sessanta.

È certamente un obiettivo legittimo, ma racconta pochissimo di ciò che una scuola potrebbe diventare.

Una scuola con sessanta allievi non è automaticamente migliore della stessa scuola quando ne aveva quaranta.

Potrebbe semplicemente essere più grande.

Pensare a cinque anni significa affrontare domande differenti.

Quanti dei praticanti che oggi sono intermedi saranno ancora con noi?

Chi potrà assumere maggiori responsabilità?

Avremo creato nuovi assistenti?

Qualcuno sarà pronto per insegnare?

Gli allievi avanzati avranno nuove opportunità?

La qualità tecnica sarà migliorata?

Avremo costruito relazioni con altre scuole?

Parteciperemo a esperienze che oggi non sono disponibili?

Il nome del nostro dojo avrà acquisito maggiore credibilità?

E soprattutto: il responsabile della scuola dovrà ancora occuparsi personalmente di tutto?

Queste domande descrivono il futuro molto meglio di un semplice numero.

Cinque anni sono abbastanza per cambiare completamente una scuola

Nel mondo marziale siamo abituati a pensare in periodi lunghi quando parliamo della formazione di una persona.

Sappiamo perfettamente che non si crea un buon praticante in pochi mesi. Sappiamo che una cintura nera richiede tempo. Sappiamo che per diventare un buon insegnante servono esperienza, maturità e migliaia di ore sul tatami.

Curiosamente, però, non sempre utilizziamo lo stesso principio quando pensiamo alla scuola.

Cinque anni di lavoro intenzionale possono produrre trasformazioni enormi.

Un giovane praticante può diventare un allievo avanzato.

Un allievo avanzato può diventare assistente.

Un assistente può diventare istruttore.

Un piccolo gruppo può diventare una scuola consolidata.

Una relazione occasionale con un'altra realtà può trasformarsi in una collaborazione importante.

Un evento sperimentale può diventare un appuntamento ricorrente.

Un contatto internazionale può aprire possibilità che inizialmente non erano neppure state immaginate.

Ma perché questo accada è necessario piantare alcuni semi molto prima di vedere i risultati.

Il futuro del dojo si costruisce con decisioni apparentemente piccole

Le decisioni che cambiano una scuola raramente sembrano decisive nel momento in cui vengono prese.

Affidare dieci minuti di lezione a un allievo avanzato può sembrare una cosa insignificante. Cinque anni dopo potrebbe essere uno degli istruttori della scuola.

Partecipare a un incontro con altri insegnanti può sembrare semplicemente un sabato diverso dal solito. Potrebbe invece nascere una relazione professionale destinata a durare anni.

Portare alcuni allievi a un evento fuori dal proprio ambiente abituale può sembrare un'esperienza occasionale. Per qualcuno di loro potrebbe diventare il momento nel quale comprende quanto grande possa essere il proprio percorso.

Aprire un dialogo con un'organizzazione può sembrare inizialmente soltanto uno scambio di informazioni. Potrebbe successivamente generare collaborazioni, eventi, contatti e possibilità completamente nuove.

Il problema è che queste decisioni sono facili da rimandare.

La gestione quotidiana produce urgenze.

Il futuro quasi mai.

Ed è per questo che l'urgenza tende a vincere.

Cosa dovrebbe esistere tra cinque anni che oggi non esiste?

Questa è probabilmente una delle domande più utili per un responsabile di scuola.

Non richiede un piano aziendale.

Non richiede grafici.

Non richiede previsioni perfette.

Richiede semplicemente immaginare qualcosa che oggi manca.

Potrebbe essere un gruppo di istruttori capaci di lavorare insieme.

Potrebbe essere un corso aggiuntivo.

Potrebbe essere una sede migliore.

Potrebbe essere una presenza più autorevole sul territorio.

Potrebbero essere rapporti con scuole di altre città.

Potrebbero essere attività internazionali.

Potrebbe essere un percorso più ricco per le cinture nere.

Potrebbe essere la possibilità, per il responsabile, di assentarsi per una settimana sapendo che la scuola continuerà a funzionare perfettamente.

Ogni dojo avrà una risposta differente.

L'importante è averne una.

Perché quando sappiamo cosa vorremmo vedere tra cinque anni, diventa molto più semplice capire quali decisioni prendere oggi.

Anche ciò che decidiamo di non fare costruisce il futuro

Esiste un altro aspetto meno evidente.

Ogni anno una scuola riceve proposte, incontra persone, valuta collaborazioni e scopre nuove possibilità.

Non tutte meritano di essere seguite.

Avere una visione più lunga permette anche di dire no.

Se sappiamo quale scuola vogliamo costruire, diventa più semplice capire quali opportunità sono coerenti con quella direzione e quali rappresentano soltanto distrazioni.

Non bisogna partecipare a tutto.

Non bisogna collaborare con tutti.

Non bisogna accettare qualsiasi proposta semplicemente perché è disponibile.

La qualità delle scelte conta più della quantità.

Una scuola che possiede una propria identità dovrebbe proteggerla, ma proteggere l'identità non significa rifiutare il cambiamento.

Significa scegliere quale cambiamento accettare.

Il maestro deve immaginare opportunità che gli allievi ancora non chiedono

Un principiante difficilmente entra in palestra chiedendo quale sarà il proprio percorso internazionale fra dieci anni.

Un adolescente non domanda se un giorno potrà diventare istruttore.

Una cintura intermedia può non aver ancora pensato alla possibilità di partecipare a una Master Class con praticanti provenienti da altri Paesi.

È normale.

L'allievo vede principalmente il tratto di strada che ha davanti.

Un maestro deve riuscire a vedere più lontano.

Questa è una delle responsabilità più interessanti dell'insegnamento.

Non limitarsi a rispondere alle esigenze attuali dei praticanti, ma creare oggi possibilità che alcuni di loro comprenderanno soltanto in futuro.

Molte delle persone che fra cinque anni saranno fondamentali per una scuola probabilmente oggi non sanno ancora che lo diventeranno.

L'istruttore dovrebbe iniziare a riconoscerle prima.

Il progetto deve sopravvivere anche ai cambiamenti

In cinque anni possono cambiare moltissime cose.

Alcuni allievi se ne andranno.

Ne arriveranno altri.

Qualcuno cambierà città.

Qualcuno avrà figli.

Qualcuno interromperà la pratica.

Altri sorprenderanno l'istruttore per dedizione e capacità.

Anche le condizioni esterne cambieranno.

Per questo avere una prospettiva non significa prevedere il futuro nei dettagli.

Significa sapere quali principi non vogliamo perdere mentre tutto il resto cambia.

Quale livello tecnico vogliamo mantenere.

Quale cultura vogliamo trasmettere.

Che rapporto vogliamo avere con gli allievi.

Quale significato attribuiamo ai gradi.

Che tipo di persone vogliamo formare.

Quali compromessi non siamo disposti ad accettare.

Un progetto serio deve poter cambiare senza perdere la propria identità.

E se tra cinque anni fosse tutto esattamente come oggi?

È una domanda volutamente scomoda.

Immaginiamo di arrivare al 2031.

Stessa palestra.

Stesso numero approssimativo di allievi.

Stesse attività.

Stesse persone che prendono tutte le decisioni.

Stessi eventi.

Stesse possibilità per le cinture nere.

Stessi contatti.

Stessa dimensione.

Per alcune scuole potrebbe essere esattamente ciò che desiderano. E non ci sarebbe nulla di sbagliato.

Ma se questa immagine genera insoddisfazione, allora c'è qualcosa di importante da comprendere:

il cambiamento desiderato fra cinque anni deve iniziare prima dei cinque anni.

Aspettare il momento perfetto raramente funziona.

Una rete più ampia può accelerare ciò che richiederebbe anni

Alcuni obiettivi possono essere raggiunti internamente.

Altri diventano molto più semplici quando esistono relazioni già attive.

Se una scuola desidera offrire ai propri istruttori confronti con colleghi di altre realtà, costruire ogni singolo rapporto autonomamente richiede tempo.

Se desidera partecipare ad attività internazionali, deve trovare interlocutori affidabili.

Se vuole creare nuove occasioni per i propri allievi avanzati, deve svilupparle.

Se vuole essere parte di eventi più grandi, deve costruire collegamenti che permettano di raggiungerli.

Una rete valida non sostituisce il lavoro della scuola.

Può però abbreviare alcune distanze.

Ed è questo, molto più di un certificato o di un logo, che dovrebbe interessare un responsabile quando valuta un'organizzazione.

La visione della WJJC Italia

La World Ju-Jitsu Corporation Italia vuole costruire rapporti con istruttori e scuole che non stiano pensando soltanto alla prossima stagione, ma anche a ciò che desiderano diventare negli anni futuri.

Non crediamo che tutte le scuole debbano seguire lo stesso percorso.

Ogni dojo possiede una storia, persone, caratteristiche e obiettivi differenti.

Crediamo però che un'organizzazione internazionale possa avere valore quando aggiunge possibilità a ciò che una scuola ha già costruito: rapporti tra istruttori, confronto tecnico, eventi, opportunità per gli allievi e una dimensione che permetta di guardare oltre il proprio calendario annuale.

Per questo, a chi dirige una scuola di Ju-Jitsu da anni, proponiamo una domanda molto semplice.

Se immagini il tuo dojo fra cinque anni, quello che vedi ti soddisfa?

Se la risposta è sì, continua a costruirlo.

Se invece immagini qualcosa di più, forse vale la pena cominciare oggi a capire quali relazioni potrebbero aiutarti a realizzarlo.

Una conversazione non obbliga a cambiare strada.

A volte permette semplicemente di scoprire strade che prima non sapevamo esistessero.

Informazioni finali

Se vuoi approfondire e conoscere meglio la WJJC Italia e le opportunità dedicate a scuole, dojo, gruppi e istruttori, visita il nostro sito nazionale:

https://www.wjjc.it

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